Sunday, March 28, 2010

Sauternes Chateau Raymond-Lafon '88

Ieri sera in una fantastica cena dove abbiamo fatto una sfida tra il Piemonte e qualche vino Francese è stato stappato uno dei vini dolci più famosi al mondo, il Sauternes. Nello specifico la bottiglia era dell'azienda Chateau Raymond-Lafon e di un anno di tutto rispetto, il 1988.
All'esame visivo il vino si presenta con un colore dorato ed una limpidezza difficilmente trovabile in altri vini. Al naso i profumi solforosi che caratterizzano i primi anni di vita di questo vino dolce si sono fatti da parte amalgamandosi del tutto al succo evidenziando note di confettura e frutta matura, l'albicocca ne fa da padrona e qualche punta di banana da un tocco esotico a questo gran vino ma mai stucchevole.
In bocca è estremamente rotondo, caldo e con una persistenza molto lunga, una bevibilità eccellente dovuta anche grazie alla sua età che ha permesso di affinare gli zuccheri che caratterizzano i primi anni di questo vino.
Un grande vino, una bottiglia di queste va via molto velocemente...




A presto ;)




Saturday, March 27, 2010

L'utilizzo della botte

C'era una volta un involucro fatto in legno di rovere dove il viticultore metteva il proprio vino alla fine della fermentazione alcolica per farlo riposare ed affinarlo in tutta tranquillità, l'involucro si chiamava botte e questo è quello che accadeva un tempo ai viticoltori italici.
C'era una volta in un'altra zona un altro viticoltore, che anzi, in questa zona lo chiamano vigneron, che utlizzava un simile involucro di rovere per affinare il proprio vino. l'involucro più piccolo dell'italiano si chiamava chiamava barrique e la zona dove venivano utilizzate queste tecniche e queste terminologie era la Francia.

Adesso voi penserete che sono diventato pazzo o che ho la sindrome di Peter pan e mi piace raccontare le storielle, bhé in effetti... :)

Ritorniamo a parlare di cose serie, parliamo dei due nostri produttori di vino, uno Italiano e l'altro Francese, dei loro nomi e dei nomi delle loro botti ma soprattutto di come si differenzia il lavoro e la tecnica di utilizzo della botte o della barrique. Fermo restando che le due cose sono pressoché le medesime anche se tecnicamente la barrique è una botte piccola (250l) che facilità l'ossigenazione del vino mi piacerebbe concentrare il focus su come vengono utilizzate, non su qual'è la loro principale utilità, che sappiamo tutti, ma qual'è l'utilizzo fatto da parte del cantiniere, ovvero che cosa si aspetta dalla barrique o dalla botte.

Anche se negli anni poi le due scuole si sono mischiate, e non è più molto facile come una volta suddividere l'utilizzo della botte/barrique dalla Francia all'Italia, vorrei per spiegare meglio suddividere questa azione in due scuole. La francese e l'italiana.

La scuola Francese, utilizza la barrique ovviamente come scopo principale ma soprattutto per dare aromi, e sapori al vino.

L'azione della botte che interagisce con il vino che racchiude, è una lotta tra il dare e l'avere, non si limita a racchiudere il vino e farlo riposare, ma gli da stoffa forza, potenza, tannino, colore e aroma di tostature e vaniglia, lo ossigena, perché dalle asciate e i pori fa passare l'ossigeno.
La botte invece necessità di umidità, ecco perché le cantine devono avere un alto tasso di umidità, per far si che la botte prenda la sua dose di umidità dall'esterno e non dall'interno.



Nel video qua sotto Leonardo Beconcini dell'azienda Pietro Beconcini, che incontreremo nuovamente tra due settimane a Verona per il Vinitaly, ci spiega l'utilizzo personale che fa della botte per i suoi vini, cercando il meno possibile di lasciare sentori e struttura tipici della botte sul vino, ma ben si utilizza la botte solo ed unicamente per affinarlo quanto basta per poi imbottigliarlo, per non tralasciare così l'impronta data in vigna al prodotto





Nella mia ricerca per questo post sono inciampato su una curiosità che forse può essere interessante.

Lo sapete da dove deriva il termine barricata?
Io non lo so sapevo, deriva dall'utilizzo delle barriques riempite con terra e detriti per creare barriere nelle strade durante la rivoluzione francese.
Preferisco però l'utilizzo che ne fanno i nostri amici vignaioli ;)



A presto ;)




Wednesday, March 24, 2010

When in Rhône... Saint Péray '07 Domaine Chaboud

A weekly commentary from the Upper Rhône Valley focusing on all things "septrionale" by James Pieper...





If you haven’t had a chance to try one of the white wines from the appellation Saint Pèray, you should.

Nestled between the southern end of the Saint Joseph appellation in Guilherand-Granges and the rustic Cornas growing area, Saint Péray is one of the little white wine treasures that you’ll find in the upper Rhône Valley.

Despite syrah being the varietal most planted in the area, which is used in the famous Hermitage and Côte Rôtie further north, Saint Péray breaks from the mold – or should I say « noble rot». The 70-hectare (170-acre) growing area is planted with only white varietals marsanne and roussanne, the former especially known to be difficult to cultivate due to its susceptibility to disease.

Before the pheloxora outbreak that nearly destroyed all vines in the region at the the end of the nineteenth century, Saint Péray wines, especially the sparkling version first produced in the 1820s, were widely celebrated throughout Europe. Russian Czars, Pope Pius VII, french writers and even romance-period composer Richard Wagner adored the « pétillant » version made from marsanne. Wagner is said to have ordered a pallet of the bubbly A.O.C. to keep him in a trance when writing the opera Parsifal.

But as the sparkling wines were once a hit in the courts and salons of Europe, the latest still wines "Saint-Pérollais" deserve a second look.

Tasting roussanne

Normally blended with 50 per cent marsanne and 50 per cent roussanne, Saint Péray wines are well crafted but unfortunately ignored by wine enthusiasts despite their uniqueness and historical importance. And even fewer wine authorities appreciate the small amount of local producers’ single-varietals– especially roussanne.

As roussane is arguably the most difficult wine to produce in the entire region, only two producers – both independent – even bother to produce it as a stand-alone wine. One of the producers, Stéphane Chaboud, from the renowned Chaboud family of winemakers in the small Ardèchois village, shared with me his 2007 roussanne.

The fruitier cousin to marsanne, roussanne wines are known for a more round flavor loaded with accents of pear, apple and honey, while marsanne tends to have more citrus aromas. To me, roussanne resembles more of a riesling, although it would be hazardous to confuse a roussanne with the Rhine workhorse’s tendancy to be more sweet. This well-structured white has a hint of oak, but it does not get in the way of the pear and a slight silkiness that differentiates itself from the more acidic marsanne.

As further background, roussanne grapes are harvested from vines planted on the southeastern slopes of the right bank of the Rhône - one of the most difficult wine-growing terrains in the world. The clay and chalk-like soil where vines are planted is never irrigated, a prohibited agricultural method by winemakers in France.

A bottle of the independent winemaker’s roussanne is a must-have in any cellar. You can drink it right away as it normally keeps for a few years.

Pairing with food

Chaboud says that this 2007 roussanne goes well with fish or crustaceans, especially when the dish is served in a sauce. My recommendation is for fish that is rather oily, such as halibut with sauce made with coconut milk. Salmon world work well too, and less difficult to prepare. You could also serve the roussanne, like all other Saint-Péray wines, as an apératif with hors d’ouvres that should include seafood.

Price: under €10

Chaboud’s roussanne, as well as his marsanne and blend is exceptionally good value. All of his wines, including most of his famous sparkling wines, cost under 10 euros in the Metropole. The roussanne is scarcely available online, and rarely found in stores. So if you happen to be in the region, it is well worth the visit. And while driving en route in the Rhône Valley, it seems appropriate to include in your iPod player Wagner’s Parsifal.

Tuesday, March 23, 2010

L'Amarone della Valpolicella e la sua leggenda



Oggi vogliamo svelare la leggenda dell’Amarone della Valpolicella e cosa si cela dietro il suo nome.
Questo grande vino famoso in tutto il mondo ha una propria Denominazione, è una D.O.C dal 1968 e la sua produzione è autorizzata solo in Veneto, nella zona della provincia di Verona per l’esattezza, territorio che riguarda 19 comuni nella parte nord del veronese.
Le uve utilizzate per la produzione di questo vino sono la Corvina, la Rondinella e la Molinara.
Ma passiamo alla leggenda dell’invenzione di questo vino particolare…

L’amarone deve la sua origine ad un vignaiolo che doveva produrre del vino dolce, il famoso Recioto della Valpolicella, e aveva messo a fermentare le uve nei cosidetti fruttai.
Il caso volle che queste uve fossero dimenticate più del previsto tanto che gli zuccheri si trasformarono in alcool e la dolcezza voluta per il Recioto andasse a sparire, da qui il nome dell’Amarone dato a questo vino.
L’Amarone è comunque un vino di recente commercializzazione, infatti la prima bottiglia in vendita risale al 1953 e il primo documento citato risale solo al 1938.
La produzione di questo vino è ottenuta dalla essiccazione controllata e prolungata nel tempo delle uve interessate. Le uve, selezionate dalla vendemmia effettuata tra Settembre e Ottobre, vengono poste nelle cassette e messe a riposo in locali ben arieggiati e asciutti detti “fruttiere”.
L’appassimento e la vinificazione dell’Amarone deve avvenire nella zona di produzione. L’essiccazione favorisce la concentrazione di zuccheri e dura circa 3 mesi. Tra gennaio e febbraio l’uva viene pigiata, poi messa a fermentare per un periodo che va dai 30 ai 50 giorni. La fermentazione fa si che gli zuccheri si trasformino in alcol.
Dopo la vinificazione deve passare un periodo di almeno 2 anni, periodo in cui il vino riposa in botti o nelle barrique. È in questo periodo di maturazione che il vino acquisisce le sue specifiche caratteristiche organolettiche.
L’Amarone ottenuto avrà un colore rubino carico, una gradazione che va dai 14 ai 16 gradi, un sapore robusto e aromatico di spezie dolci.
I sentori olfattivi di questo vino ricordano i frutti maturi, la confettura di amarena, in quello più invecchiato c’è un profumo delicato di cuoio e catrame (questa caratteristica è detta “goudron”, che è proprio una delle componenti di un bouquet di un rosso molto invecchiato e maturo, una nota calda di catrame non sgradevole).
Detto questo ci manca altro che assaggiare un buon Amarone della Valpolicella…
Salute!
A presto… ;)

Sunday, March 21, 2010

Vie di Romans Chardonnay 2007



Una domenica in casa e un pranzo domenicale a base di pesce...
Antipasto di impepata di cozze (la mia morte culinaria :), polpo al guazzetto e gran finale con branzino alla brace...
Per innaffiare questo ben di dio un Vie di Romans Chardonnay 2007.
Vie di Romans, un'azienda per me molto speciale, una di quelle aziende che se vado in un ristorante e la trovo sulla carta è difficile che non ne stappi una bottiglia e i piatti che scelgo vengono influenzati da questa azienda di grandi bianchi (difficile che io vada in un ristorante e scelga il cibo in base al vino, solitamente è il contrario).

Comunque, tornando al vino di questa azienda friulana...
Vie di Romans Chardonnay 2007

All'occhio il vino si presenta limpido con un colore giallo paglierino con riflessi ambrati ma con qualche venatura verdognola, sintomo di un vino ancora ben giovane.
Al naso troviamo un bouquet evoluto con profumi caldi di frutta matura e confettura quali albicocca, banana e una punta di vaniglia. In bocca elegante e una buona persistenza dà una sensazione di freschezza e bevibilità però al limite, la gradazione alcolica in certi momenti si avverte ma rimane sempre elegante anche sul finale di bocca.
Un vino evoluto e da pronta beva ma con ancora qualche punta acerba.

Un punto a sfavore è per l'abbinamento, il polpo al guazzetto aveva bisogno forse di qualcosa di più sgrassante, bene invece l'abbinamento con cozze e branzino alla brace.

Thursday, March 18, 2010

An interview with Jeremy Parzen of Do Bianchi

This week I had the pleasure to interview Jeremy Parzen of Do Bianchi. Do Bianchi is not just my favourite american wine blog but also one of the most important wine blog in the world.
Here you can take a look at the interview I've done to this eclectic character.

When did you realize that wine would have been your big passion?
One night in Bagno Vignoni, just south of Montalcino, more than 15 years ago, I tasted some traditional-style Sangiovese paired with fried wild boar liver. Something just clicked in my mind and on my palate: the balance of acidity, tannin, and fruit in the wine was a perfect match for the dark, chewy, fatty liver. It was in that moment that I realized that acidity and fruit (and not concentration and alcohol) were the secrets to food-friendliness in wine.

Which is the first wine you have tasted (that you remember) and the first bottle of wine you bought?
The earliest wines I remember tasting as a youngster was Manishevitz kosher wines at the synagogue my family attended, made from American Concord grapes in a sweet style (most conservative American Jews will tell you the same thing). The first bottle I remember purchasing myself was a Louis Martini Cabernet.

Which bottle of wine would you bring with you in unhabited island
Lambrusco Sorbara.

We know you are a great fan of Piemonte and its wines, how did you get in touch with it and which winery do you think best represent the Piemonte philosophy?
I began tasting a lot of Nebbiolo in the 1990s when I was writing about wines for the magazine La Cucina Italiana in New York City. The Piedmont philosophy of winemaking is highly diverse but, personally, I like wineries that practice traditional vinification: extended maceration, traditional fermentation, and large-cask aging.

Which is your favourite US wine? the one that you always pick from a wine menu?
My favorite US winery is Natural Process Alliance (Sonoma) and I order their wines whenever I visit San Francisco (since you can only get the wines the Bay Area). Terroir is the best place to drink the wines, in my opinion, because the staff knows the wine intimately.

Do you have your own method in tasting or do you follow any particular rule?
I try to approach every wine I taste with an open mind. However impossible it may be, I try to not let myself be influenced by prejudices regarding the provenance or supposed style of the wine.

How do you see the future of the wine and the new borders opening with emergent countries like Cina and the other eastern countries?
Growth of the market for wine is inevitable. My fear is that winemakers will abandon terroir-driven wines, opting for a more "international" style. But as we've seen with Europe, the "international" style (i.e., concentrated, highly alcoholic wines, with jammy flavors) is beginning to run its course, so to speak. At the same rate, expanding markets will offer winemakers new opportunities and so hopefully this will translate into lower prices for everyone.

When did you start with dobianchi?
Summer of 2007.

What is the purpose of dobianchi?
I try to give readers a humanist perspective into the world of Italian wine and food. In other words, I try to write about Italian wine and food in a historiographic context, including references to language, literature, figurative art, and history.

Which is the distinguishing mark of dobianchi compared to the other blogs?
The fact that I read and follow Italian wine writing and the news media carefully and the fact that my experiences living, working, and studying in Italy give me a significantly different insight than most Italophiles have. Not many Italian wine bloggers pair Piedirosso and Pasolini, for example.

I guess you read also other blogs, which one/s you visit most or you read daily? And does it happen that you take some ideas from them for your future posts?
I read as much as I can and I literally have hundreds of feeds in my Google Reader... I get a lot of ideas from reading others' blogs and I love the way that the enoblogosphere is a de facto hypertext.

How do you see web and new technology linked to a wine culture that is changing?
The enoblogsphere is reshaping wine marketing the same way blogging and Myspace reshaped music. If you make great wine, if you have a story to tell, there is now a democratic medium in which everyone can participate freely.

What do you think about Tuscan Wines?
I love Tuscan wines.

What do you think about biodynamic wines?
I think the biodynamic wine movement, especially in its most radical expressions, has inspired a lot of mainstream winemakers to look more carefully at farming practices and this is a great thing for all wine lovers.

Let's make a game, why don't you put together your two passions, wine and music and you pick a song for these wines:
Barolo

While My Guitar Gently Weeps, Beatles



Sauternes
Aja, Steely Dan



Porto
Goodbye Pork Pie Hat, Jeff Beck



Australian Shyraz
Living After Midnight, Judas Priest



Biodynamic Californian
Green, Joni Mitchell



German Riesling
Rocky Mountain High, John Denver





Something about Jeremy Parzen.
Thanks a lot to Jeremy, it has been a pleasure to get to know him.


Scusate per l'inglese ma è dovuto, prossimamente il post italiano ;)

Tuesday, March 16, 2010

I Vini più venduti nel 2009 in Italia





Leggendo un post di Vino24 sono venuto a conoscenza di un report fatto uscire dall'associazione organizzatrice di Vinitaly, e credo sia interessante postarlo qua.
Secondo lo studio nell’anno 2009 tornano a crescere le vendite di vino a denominazione d’origine nei supermercati, dopo il crollo del 2008, con una crescita del 3,9% in volume e del 4,9% in valore rispetto all’anno precedente. Finalmente una bella notizia...

Sempre più Doc, Docg, Igt
Dalla ricerca emerge che l’italiano medio sceglie sempre più di acquistare tra gli scaffali del supermercato le bottiglie di vino a denominazione d’origine (Doc, Docg, Igt) spendendo in media 3 euro a bottiglia: non solo aumentano del 3,9% le vendite delle bottiglie da 0,75 litri, ma cresce la fascia di prezzo da 5 euro in su, facendo registrare un aumento dell’8,5% (in volume). Al contrario, le vendite di vino “da tavola” registrano una flessione del – 2,1%. Bene le bollicine con un aumento medio del 3,3% in volume (calano però le vendite di champagne ed aumenta del 5,3% lo spumante italiano metodo classico). Non sfondano invece le mezze bottiglie, le cui vendite nei supermercati scendono del 6% (sempre in volume).

Tra i primi tre posti di doc più venduti nel 2009 ci sono Lambrusco, Chianti e Montepulciano d’Abruzzo.

Vini emergenti
Tra i vini emergenti, cioè quelli con maggior tasso di crescita, troviamo ai primi tre posti il Negroamaro, il Syrah ed il Bianco di Custoza.

Questa analisi fa capire che forse la ripresa punta proprio su quel made in italy che tanto ci ha fatto conoscere, stai a vedere che quello che era venuto fuori dall'anteprima chianti classico era giusto? puntare sui cru per dare più valore ai nostri grandi vini.
Io principalmente acquisto prodotti autoctoni e mi diverto a scovare i doc e docg qualità prezzo migliori, quindi mi ritrovo nel target indicato in questo studio anche se molto difficilmente vado a comrpare vino nei posti di grande produzione.
E voi cosa ne pensate?

Tuesday, March 9, 2010

Tempranillo toscano, che scoperta!

Ecco finalmente giunto il momento di parlare di quello che principalmente mi ha portato fin qua a conoscere l'azienda Pietro Beconcini nel cuore della campagna san miniatese. Signori, in questa azienda viene prodotto l'unico Tempranillo di Toscana.
Vi chiederete certo cosa ci fa un vitigno che siamo abituati ad associare alle zone spagnole Rioja e Duero nel bel mezzo della campagna toscana.
Ecco svelato l'arcano...

Siamo nella metà del 700 sulla via francigena che passava da San Minitato e per tutta la Toscana che collegava la via pellegrina a Roma, e proprio in qualcuno di questi viaggi spirituali alcuni pellegrini devono essersi portati dietro qualche barbatella o seme dalla Spagna. Molti studi eseguiti su questi terreni hanno fatto scoprire che molte viti qua impiantate non sono Malvasia Nera ma bensì il celebratissimo vitigno spagnolo, il Tempranillo. In un video preso da Burde Leonardo spiega meglio la storia di come è arrivato fin qua questo nobile vitigno.





Nella vigna alle Nicchie, dalla quale Leonardo produce l'omonimo cru di Tempranillo "Vigna alle Nicchie". In questo appezzamento totalmente coltivato a Tempranillo viene ancora studiato dall'università di Firenze questo insolito vitigno e si possono trovare qua ceppi centenari.











Altro appezzamento coltivato a Tempranillo, ma non solo, è quello dal quale viene prodotto l' iXE, Tempranillo in purezza. La potenza di questo vitigno ormai centenario integratosi perfettamente con il Sangiovese dal quale ha preso le virtù tipiche territoriali diventando così il Tempranillo stesso un vitigno autoctono.





L' iXe, altro vino prodotto con Tempranillo in purezza, il nome credo meriti due righe di spiegazione.
Leonardo decise di dare il nome iXe a questa bottiglia perché quando ancora le sue piante di Tempranillo erano sotto studio e non sapevamo ancora cosa realmente fossero, da qui il nome al "vitigno X" che ha dato poi il nome alla bottiglia, nel prossimo video Leonardo ci spiega quindi l' iXe...





Scusate la luce di questo ultimo video, ma il reporter è quello che è :)


A presto ;)

Sunday, March 7, 2010

Un giorno in Vigna con Leonardo dell'azienda Pietro Beconcini

"A metà tra Firenze e Pisa, esiste un luogo che per sue caratteristiche non può essere accomunato né all'una né all'altra zona vitivinicola.
In questo posto, tra argille e conchiglie e sotto l'influenza dei venti di mare, ho scelto di produrre Vini. Utilizzando solo uve nostre, con attenzione maniacale per la cura del vigneto e vinificando con estremo rispetto".
Siamo a San Miniato e così dice la presentazione dell'azienda Pietro Beconcini che sono andato a trovare Sabato.

Ad aspettarmi c'erano Eva e Leonardo, dei quali dopo l'incontro posso certo dire che l'umanità e la passione per il loro lavoro traspare da tutti i pori, questa è la loro vita, questo è il loro modo di vivere un mestiere che senza una grande passione è impensabile poterlo fare. Arrivato in azienda munito di video camera, e di stivali ho avuto modo di scendere in Vigna con Leonardo, proprietario dell'azienda il quale mi ha spiegato e fatto capire il loro concetto di fare Vino, il modo di interpretare le necessità e le virtù del territorio e soprattutto il modo di vivere la vigna, con umiltà e rispetto.

L'azienda, nata grazie al padre Pietro, anche se già dai tempi del nonno si masticava in questa famiglia la lingua del vino, si può definire una vera bandiera del territorio San Miniatese. La particolarità del terreno e l'intraprendenza di Leonardo stesso lo hanno portato a sperimentare, ricercare ed impiantare cloni di vitigni autoctoni e con molti sacrifici scoprire che in quelle terre esiste e viene vinificato con successo un vitigno proveniente da molto lontano. Questa scoperta di questo vitigno insolito per la zona è stata a dire il vero il motivo per cui sono venuto a trovare Leonardo, e del quale parlerò nel prossimo post- Passando un pomeriggio con lui però ho capito che c'erano altri buoni motivi che avrebbero potuto spingermi a conoscere il personaggio, un grande appassionato di viticultura, un grandissimo conoscitore e posso dire anche studioso di tecniche di vinificazione ed un istancabile amante del lavoro in vigna.

Moltissime cose ho imparato Sabato e per fortuna mi ero munito di video camera altrimenti la mia memoria mi avrebbe sicuramente tradito e non avrei avuto la possbilità di riportare tutto quello che mi è stato pazientemente spiegato.

Vogliatemi scusare se sfrutterò questo incontro per fare più post, ma di cose interessanti Sabato ce ne sono state tante e ci sono un bel pò di cose da scrivere e non vorrei perdermi qualcosa che vi può interessare.
Iniziamo quindi con un video che spiega la zona, la morfologia del territorio e l'azienda Pietro Beconcini.

E come dicono i conduttori televisivi, La linea a Leonardo! ;)





Un terreno pieno di fossili...



Tuesday, March 2, 2010

Adesso l'amarone ha un suo DNA

Oggi leggendo un post su Vino 24 ho scoperto una cosa che forse vale la pena di scrivere su questo blog.
Beta amirina sintasi, strictosinidina, delta cadinene sintasi. Non è la formula magica detta da un mago ma alcuni nomi dei 415 geni che svelano i segreti dell’Amarone. Due studiosi dell'università di Verona dopo 3 anni di studi e dopo tutti i recenti progressi della ricerca sulle biotecnologie hanno scoperto il genoma della Corvina!

I due studiosi hanno lavorato al sequenziamento del genoma del Pinot nero dentro la Corvina che ha permesso di svelare il mistero dell’appassimento della bacca principe della Valpolicella, che permette a tutti noi di bere il famoso Amarone. Si tratta di una novità assoluta, la Corvina è infatti il primo vitigno autoctono al mondo a cui è stato sequenziato il DNA.

Massimo Delledonne e Mario Pezzotti, i 2 ricercatori del Centro di Genomica Funzionale dell’Università di Verona, hanno scoperto come la bacca di Corvina ha dei geni unici proprio nella fase di appassimento. Dalle sequenze del DNA prelevate (quasi 60 milioni), l’Università di Verona ha assemblato 479 geni fino a oggi sconosciuti alla comunità scientifica.

Oltre a tutto ciò è stata notata una minuscola inserzione che trasforma una sequenza inattiva in Pinot nero in un gene perfettamente funzionante in Corvina, gene che ben rappresenta la peculiare complessità del processo di maturazione di questo vitigno.

La ricerca ha inoltre scoperto che l’appassimento (fase in cui i viticoltori della zona fanno appassire le uve nei fruttai in collina per 3-4 mesi) non consiste in una semplice disidratazione, ma risulta essere un processo biologico molto articolato nel quale si attivano ben 415 geni, incaricati di fronteggiare lo stress di appassimento e di controllare la produzione di aromi responsabili del sapore e del bouquet dell’Amarone. Da qui, alcuni geni specifici conferiscono proprietà e aromi particolari al vino, come quello di liquirizia.

Una nota dolente però pervade questa grandiosa scoperta che aiuterebbe a tutelare questo vitigno, come sempre, La Cina!
La Cina sta facendo raccolta di genomi in giro per il mondo. L’obiettivo è chiaro: decodificare il genoma di un organismo significa comprenderne i segreti più profondi, porre le basi per la ricerca applicata, acquisire un vantaggio tecnologico e conoscitivo formidabile. Secondo i ricercatori, bisognerebbe incrementare l’attività di ricerca presso i centri di eccellenza e successivamente trovare le formule idonee per proteggere il DNA delle nostre tipicità.
Per l’Università di Verona, il business sull’agroalimentare è enorme, e una volta in possesso delle ‘chiavi’ della vita delle nostre produzioni, individuato il microclima ideale e adottato le nostre tecniche di produzione, per la Cina il passo verso la concorrenza diretta fatta con gli stessi prodotti del made in Italy è breve.

Che cosa succederà adesso?

Cina a parte, la ricerca, messa a disposizione del territorio e dei produttori veronesi, apre la strada a un approccio più innovativo nella gestione del prodotto in vigna e in cantina “L’obiettivo" - affermano i due ricercatori – "è consegnare alla realtà produttiva veronese e al suo territorio uno strumento utile per un’attività fondamentale del nostro made in Italy. Con questo strumento, ad esempio, sarà possibile monitorare l’attività del genoma nella sua interazione con l’ambiente e quindi di definire le condizioni ottimali per la coltivazione e la produzione di un’uva di qualità”

Speriamo quindi che riusciremo a difendere il nostro made in Italy e che questa grande scoperta riesca a difendere i nostri prodotti meglio di prima.

A presto ;)